Amici della Terra frane

Il Paese Fragile

Sono oltre seicentomila le frane censite in Italia. Oltre novemila chilometri quadrati sono a rischio frane molto elevato. Più di mezzo milione di persone vivono in tali zone, ma anche quasi 32mila imprese e 5mila beni culturali. ISPRA ha catalogato 7.800 proposte progettuali per interventi relativi al dissesto idrogeologico, per un importo complessivo che supera i 26 miliardi di euro. Il PNRR prevede stanziamenti per 8,49.

Articolo pubblicato sulla rivista l’Astrolabio degli Amici della Terra

Le caratteristiche morfologiche del nostro Paese ne determinano la fragilità e quindi una diffusa situazione di rischio da eventi disastrosi. Uno dei fenomeni più ricorrenti e potenzialmente pericolosi è quello delle frane.

Delle circa 900.000 frane censite nelle banche dati dei paesi europei, quasi i due terzi sono contenute nell’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (Progetto IFFI) realizzato dall’ISPRA e dalle Regioni e Province Autonome.

L’Inventario IFFI è la banca dati sulle frane più completa e di dettaglio esistente in Italia, per la scala della cartografia adottata (1:10.000) e per il numero di parametri ad esse associati (http://www.progettoiffi.isprambiente.it).

Sui medesimi fenomeni, poi, Ispra ha pubblicato il rapporto sul Dissesto idrogeologico in Italia. Il Rapporto Ispra evidenzia come le frane siano fenomeni estremamente diffusi in Italia, anche tenuto conto che il 75% del territorio nazionale è montano-collinare.

I fattori più importanti per l’innesco dei fenomeni franosi sono le precipitazioni brevi e intense, quelle persistenti e i terremoti. Negli ultimi decenni i fattori antropici, quali tagli stradali, scavi, sovraccarichi dovuti ad edifici o rilevati, hanno assunto un ruolo sempre più determinante tra le cause predisponenti delle frane.

Le frane censite nell’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia sono 620.808 e interessano un’area di 23.700 kmq, pari al 7,9% del territorio nazionale. I dati sono aggiornati al 2017 per la Regione Umbria; al 2016 per le regioni: Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Piemonte, Sicilia, Valle d’Aosta e per la Provincia autonoma di Bolzano; al 2015 per la Toscana; al 2014 per la Basilicata e la Lombardia. Per le restanti regioni i dati sono aggiornati al 2007.

I dati Ispra, relativi alle aree di pericolosità frana, basati sui Piani di Assetto Idrogeologico (PAI), utilizzano una classificazione della pericolosità per l’intero territorio nazionale in 5 classi: pericolosità molto elevata P4, elevata P3, media P2, moderata P1 e aree di attenzione AA (DL 180/1998 e DPCM 29.9.1998). Le Aree di attenzionecorrispondono generalmente a porzioni di territorio ove vi sono informazioni di possibili situazioni di dissesto a cui non è ancora stata associata alcuna classe di pericolosità.

La superficie complessiva, in Italia, delle aree a pericolosità da frana PAI e delle aree di attenzione è pari a 59.981 kmq (19,9del territorio nazionale). La superficie delle aree a pericolosità da frana molto elevata (P4) è pari a 9.153kmq(3%), quella a pericolosità elevata (P3) è pari a 16.257 kmq(5,4%), a pericolosità media (P2) a 13.836 kmq(4,6%), a pericolosità moderata (P1) a 13.953 kmq(4,6%) e quella delle aree di attenzione (AA) è pari a 6.782 kmq(2,2%).

Nel seguente grafico sono riportati i dati a livello regionale per le aree a pericolosità molto elevata, da cui si osserva che più di mezzo milione di persone vivono in tali zone, ma anche quasi 32mila imprese e 5mila beni culturali.

In termini di popolazione che vive in aree a pericolosità molto elevata per frane, ai primi dieci posti troviamo le province di Avellino (34.079), Frosinone (34.070), Caserta (31.813), Napoli (29.250), Salerno (26.586), Benevento (22.476), Cosenza (21.698), L’Aquila (18.651), Roma (17.572) e Torino (13.740).

La prevenzione e la programmazione costituiscono la stella polare delle politiche di difesa del suolo intesa in senso ampio, come difesa dalla pericolosità di frane e dalla pericolosità idraulica, che devono essere affrontate attraverso specifici piani di assetto idrogeologico regionali, connessi intimamente con la pianificazione urbanistica dei comuni, in modo da condizionarla.

Infatti, dopo ogni evento, vediamo come le aree più colpite, siano caratterizzate da edifici costruiti nei crinali caratterizzati da friabilità del suolo o in aree di pertinenza idraulica; in questi casi si deve necessariamente parlare di disastri annunciati e per questo evitabili, appunto, con la prevenzione ed una pianificazione urbanistica che impedisca scelte del genere.

Se sin qui abbiamo descritto il quadro della situazione di rischio per le frane, è anche disponibile un “Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo (ReNDiS)” curato da ISPRA (http://www.rendis.isprambiente.it/rendisweb/), per conto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (ora Ministero della Transizione Ecologica), sull’attuazione di Piani e programmi di interventi urgenti per la mitigazione del rischio idrogeologico finanziati dal Ministero stesso.

Il principale obiettivo del Repertorio è la formazione di un quadro unitario, sistematicamente aggiornato, delle opere e delle risorse impegnate nel campo di difesa del suolo, condiviso tra tutte le Amministrazioni che operano nella pianificazione ed attuazione degli interventi.

In questo senso il ReNDiS si propone come uno strumento conoscitivo potenzialmente in grado di migliorare il coordinamento e, quindi, l’ottimizzazione della spesa nazionale per la difesa del suolo, nonché di favorire la trasparenza e l’accesso dei cittadini alle informazioni.

Per gli Enti e le Amministrazioni coinvolti dal progetto, inoltre, sono disponibili una serie di funzionalità specifiche che, previa registrazione ed autenticazione, permettono l’accesso ad un set di dati più esteso e l’invio di informazioni ed aggiornamenti in tempo reale.

Nel novembre 2020 ISPRA ha pubblicato il primo rapporto ReNDIS. Secondo i dati del documento ammonta a quasi 7 miliardi la cifra stanziata in 20 anni dal Ministero dell’Ambiente della tutela del Territorio e de Mare per far fronte al dissesto idrogeologico in Italia, per un totale di oltre 6 mila progetti finanziati. Alluvioni (48%) e Frane (35%) le categorie di intervento più sovvenzionate.

Per quanto riguarda invece le richieste di finanziamento, contenute nell’area istruttorie, sono oltre 7.800 le proposte progettuali caricate e ad oggi attive nel ReNDiS, per un importo complessivo che supera 26 miliardiQuesto dato rappresenta, in prima approssimazione, una stima del fabbisogno teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, da attuarsi attraverso piani pluriennali di finanziamento.

Più nel dettaglio, la regione con il maggior numero di richieste attive è la Campania (1.192 progetti, per quasi 5,6 mld), seguita da Calabria (872 progetti per 1,7 mld), Abruzzo (764 per 1,6 mld) e Sicilia (748 per2,2 mld). Anche se con numeri inferiori, si evidenziano per importi superiori ai 2 mld anche la Puglia (481 per 2,4 mld) e il Veneto (243 per 2,3 mld).

Il PNRR (Piano Nazionale per il Rilancio e la Resilienza) prevede, nell’ambito della Missione M2C4.2 “Prevenire e contrastare gli effetti del cambiamento climatico sui fenomeni di dissesto idrogeologico e sulla vulnerabilità del territorio” (nel cui ambito sono previsti interventi per 8,49 miliardi di euro), riguardo agli interventi di riforma: “i) la semplificazione e l’accelerazione delle procedure per l’attuazione e finanziamento degli interventi, a partire dalla revisione del DPCM 28 maggio 2015 (recante i criteri e le modalità per stabilire le priorità di attribuzione delle risorse agli interventi) e del relativo “sistema ReNDiS”;”.

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