Dal 26 al 28 settembre si terrà in Alto Adige la 36^ edizione dello storico laboratorio d’idee “I Colloqui di Dobbiaco“. Tre giorni di dibattiti, interventi di esperti ed esperte, analisi di casi-studio di giornalismo investigativo e workshop pratici. Dalle sfide dell’intelligenza artificiale alla libertà di stampa, passando per l’influenza delle élite e l’ascesa delle destre estreme
Abbiamo varie volte affrontato il tema della disinformazione nelle pagine di Ambientenonsolo [Combattere contro la disinformazione e la misinformation, Crisi climatica e disinformazione, COP29 Lula e Guterres lanciano nuova azione contro la disinformazione climatica, Giornalismo, fake-news e disinformazione, Rapporto Unesco: 70% giornalisti ambientali hanno subito violenze e intimidazioni, Così diventiamo immuni dalle fake news sul clima, Cambiamento climatico, chi non crede alle evidenze scientifiche è una ridotta minoranza?, COP29 – Il cambiamento climatico causato dai combustibili fossili è una fake news? Proprio no!, Carta per un giornalismo all’altezza dell’emergenza ecologica]
e per questo dedichiamo una particolare attenzione a questo evento.
I “Colloqui di Dobbiaco” – iniziati a metà degli anni ottanta – affrontano ogni anno tematiche di rilievo, avendo spesso al centro delle proprie riflessioni le questioni ambientali, proponendo di pari passo delle soluzioni concrete.
L’edizione di quest’anno è la prima coordinata da Jess Delves e David Hofmann, che abbiamo avuto il piacere di incontrare, ponendo loro alcune domande.

Jess Delves è nata e cresciuta a Londra, ha conseguito un master Erasmus Mundus in Gestione del Patrimonio Culturale. Nel 2019 si è trasferita in Alto Adige per collaborare a un programma di ricerca congiunto tra Eurac Research e l’Università delle Nazioni Unite, dedicato allo sviluppo sostenibile e alla gestione dei rischi climatici nelle regioni montane globali.

David Hofmann ha studiato fisica al Politecnico di Monaco.Ha lavorato come ricercatore scientifico al Massachusetts Institute of Technology e alla Stony Brook University. Nel suo tempo libero si impegna per la trasformazione ecologica e sociale, in particolare per una maggiore protezione del clima e giustizia climatica. Ha cofondato, tra l’altro, l’alleanza a livello altoatesino Climate Action South Tyrol, composta da circa 80 organizzazioni.
- Come mai avete posto al centro di questa edizione dei Colloqui di Dobbiaco il tema della “disinformazione”?
Abbiamo scelto il tema della disinformazione perchè lo riteniamo molto importante per la crisi climatica ed ecologica, che è fortemente condizionata dalla comunicazione. Nei colloqui parleremo non solo di disinformazione, cioè diffusione di informazioni consapevolmente false, ma anche di misinformazione, cioè diffusione da parte di persone inconsapevoli di informazioni che non sono vere.
Le necessarie azioni da adottare sul clima dipendono dalla presenza di informazioni scientifiche, ma queste da sole non bastano; è fondamentale chi controlla la narrazione, che oggi privilegia contenuti sensazionalistici. Abbiamo bisogno di media che lavorino sulla base di dati scentifici accessibili e comprensibili – e questo è anche responsabilità degli scienziati – facendo in modo che chi governa ed amministra possa proporre soluzioni, accettabili dall’opinione pubblica, per le indisensabili azioni di mitigazione e adattamento rispetto alla crisi climatica in atto. Senza un’opinione pubblica resa consapevole da una informazione adeguata, è difficile anche per la politica adottare decisioni fondate sulle conoscenze scientifiche, che sono messe in discussione da chi ha interesse a farlo.
- I Colloqui di Dobbiaco hanno dedicato tradizionalmente molta attenzione ai temi ambientali, ogni giorno capita di sentire forti critiche da parte di Ministri del nostro Governo al Green Deal europeo, attribuendogli mille colpe e danni per il lavoro e l’economia, anche questa è disinformazione e come si può combattere?
I giornalisti possono dare un contributo importante, fornendo informazioni di qualità. Certo non è una cosa facile allo stato attuale. In una società che ha tempi sempre più accellerati i media preferiscono lavorare su contenuti “usa e getta”che attirano l’attenzione piuttosto che su una informazione approfondita. E’ indispensabile che i giornalisti facciano il loro lavoro di contestualizzare in modo giusto le notizie. Solo in questo modo è possibile vanificare lo sforzo di politici populisti impegnati a creare un “frame” negativo e non veritiero rispetto al Green Deal.
- Il negazionismo climatico oggi è alla guida le Paese più potente del Mondo, proprio mentre tutti gli indicatori della crisi climatica forniscono segnali sempre più preoccupanti. E’ possibile fronteggiare questa situazione almeno sul piano dell’informazione?
In fin dei conti giornalismo e media rappresentano il “Quarto potere”. Negli USA già da molto tempo l’industria fossile ha investito importanti risorse economiche per realizzare campagne di disinformazione sulla crisi climatica. Certamente si tratta di una sfida enorme contrastare questi poteri forti. Ma proprio negli USA abbiamo visto che il giornalismo di qualità ed investigativo ha svelato i legami fra l’industria fossile e i politici; questo ha ridotto negli anni il numero di persone che erano scettiche sulla crisi climatica e sulle sue cause dipendenti dall’azione umana. Certo, con l’avvento di Trump alla Presidenza, tutto è più difficile, ma proprio per questo insistiamo sul ruolo fondamentale dei media e dei giornalisti indipendenti.
- Nel programma dei Colloqui di Dobbiaco parlerete di giornalismo investigativo riguardo a temi di carattere politico, ma in campo ambientale c’è spazio per questo tipo di giornalismo?
Naturalmente sì, assolutamente sì. Possiamo fare tanti esempi, pensiamo al monitoraggio in corso da parte di cittadini e media riguardo alle opere in corso di realizzazione a Cortina, in un territorio altamente fragile e sottoposto agli effetti della crisi climatica [ne abbiamo parlato in Montagna fragile: il rischio delle costruzioni olimpiche ndr]. Pensiamo all’azione di realtà come Re-Common in Italia, o sui media che lavorano per scoprire la corruzione e gli abusi di potere, senza dimenticare il giornalismo collaborativo a livello europeo [un esempio è l’inchiesta I giornalisti del Forever Pollution Project tracciano i PFAS in tutta Europa ndr]. Ai Colloqui parleranno giornalisti della trasmissione Report, che hanno raccontato su un tema essenziale per la transizione energetica, come quello che davvero accade nel nostro Paese riguardo al “capacity market” previsto dalla UE, cioè ad un sistema che assicuri la stabilità della rete elettrica, che ancora una volta vede, nel nostro Paese, il prevalere di infrastrutture fossili invece che rinnovabili come dovrebbe essere.
- Troppo spesso mi capita di leggere o ascoltare TG che distorcono i dati per sostenere tesi precostituite. Riusciremo mai nel nostro Paese a dare la giusta importanza ad un serio data journalism?
Sicuramente c’è un margine di miglioramento notevole per uscire dal loop “notizie veloci e da sensazione” che scacciano la buona informazione, che richiede tempo e approfondimento. E’ indispensabile sostenere i media indipendenti, sostenere i soggetti che fanno fact-checking, che verificano l’attendibilità delle notizie. Occorre supportare il giornalismo costruttivo che approfondisce i dati e propone soluzioni, lavorando in una prospettiva a 360° sul tema trattato.
- Abbiamo assistito pochi giorni fa alla “uccisione mirata” di alcuni giornalisti a Gaza, ma il tema della sicurezza della stampa e della salvaguardia dell’informazione non riguarda solo i teatri di guerra; il rapporto UNESCO “Press and Planet in danger“, avverte della crescente violenza e intimidazione dei giornalisti che riferiscono sull’ambiente e sulle perturbazioni climatiche. Cosa ne pensate?
Giornalisti e attivisti per il clima vengono uccisi e subiscono violenze in molti Paesi. Noi che abbiamo il privilegio di vivere in realtà che non presentano questi rischi sentiamo fortemente la responsabilità sociale di lavorare per il bene comune. D’altra parte anche in Italia accade che giornalisti indipendenti subiscano pressioni economiche, vengano “spiati” come nel caso “Paragon”. Queste pratiche inaccettabili vanno svelate e combattute, sostenendo i media indipendenti e i giornalisti investigativi che lavorano resistendo fra mille difficoltà [ricordiamo il duro lavoro di Rosy Battaglia per realizzare il docufilm “Taranto chiama” ndr]. Questa edizione dei Colloqui di Dobbiaco vuole mandare anche questo messaggio. Ne parlerà, ad esempio, Sofia Verza.
I Colloqui si sforzeranno di discutere e ricercare modi su come sia possibile dare la giusta importanza al giornalismo serio, come sia possibile supportare i giornalisti da parte dei cittadini, ma anche vicendevolmente. Fare giornalismo approfondito richiede molto più lavoro, rispetto a quello “usa e getta”, vanno trovate strade per sostenerlo, anche economicamente. Una informazione libera e capace di mettere in luce i problemi reali, a partire proprio dalla crisi climatica e ambientale, è indispensabile per la democrazia e per una prospettiva sostenibile.

