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Dove l’aria fa più male: regioni e province italiane sotto la lente dell’EEA

L’aria in Europa sta lentamente migliorando, ma continua a costare centinaia di migliaia di anni di vita in buona salute e decine di migliaia di morti premature ogni anno.
È il quadro che emerge dal briefing 2025 dell’Agenzia europea dell’ambiente (European Environment Agency, EEA) “Harm to human health from air pollution in Europe: burden of disease status, 2025”, basato sui dati 2023, che abbiamo visto in Aria più pulita, ma ancora migliaia di malattie e morti evitabili in Europa.

Secondo l’EEA, il 95% degli abitanti delle città europee respira livelli di inquinanti superiori alle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (World Health Organization, WHO). Se nel 2023 gli Stati membri dell’Unione europea avessero rispettato i valori guida OMS, si sarebbero potuti evitare:

  • 182.000 decessi attribuibili al particolato fine PM2,5 (diametro inferiore a 2,5 micrometri);
  • 63.000 decessi legati all’ozono troposferico O₃;
  • 34.000 decessi attribuibili al biossido di azoto NO₂.

L’Italia occupa un posto scomodo in questa classifica: prima in Europa per morti attribuibili al particolato fine, nel terzetto di testa per il biossido di azoto e fra i Paesi più colpiti anche per l’ozono.

Dopo aver visto il quadro europeo, possiamo entrare nel dettaglio italiano grazie ai dataset dell’EEA che quantificano le morti premature attribuibili a PM2,5 e NO₂ dal 2005 al 2023, regione per regione e provincia per provincia. È un modo per rispondere a una domanda semplice e scomoda: dove, in Italia, l’aria che respiriamo fa più male alla salute?

Regioni italiane: la Pianura Padana resta l’epicentro del rischio

Nel 2023, in Italia 43.083 morti premature sono attribuibili all’esposizione a lungo termine al particolato fine PM2,5, pari a 101 decessi ogni 100.000 abitanti. Per il biossido di azoto NO₂ i decessi sono 9.064, circa 21 ogni 100.000 abitanti.

Dietro questi numeri nazionali, però, si nasconde una geografia del rischio molto diseguale.

La “camera a gas” padana

La prima evidenza è che la Pianura Padana resta l’epicentro della crisi sanitaria da inquinamento atmosferico.

  • Lombardia: nel 2023 registra 10.659 decessi attribuibili al PM2,5, con 145,2 morti ogni 100.000 abitanti. È la regione con il carico sanitario più elevato in valori assoluti e una delle peggiori anche in termini relativi.
  • Veneto: conta 5.833 decessi, pari a 161,8 morti ogni 100.000 abitanti, uno dei tassi più alti d’Italia.
  • Piemonte: scende dai oltre 6.000 decessi del 2005 a 3.663 nel 2023, ma rimane su 117,8 morti ogni 100.000 abitanti.
  • Emilia-Romagna: registra 3.544 decessi e 108,3 per 100.000 abitanti.

Quattro regioni che, da sole, concentrano più della metà delle morti italiane da particolato fine. Per il biossido di azoto NO₂ lo schema è simile: traffico intenso, combustioni e condizioni meteo sfavorevoli alla dispersione spiegano perché il Nord padano sia ancora la “zona rossa” dell’inquinamento italiano.

Lazio e Campania: il peso delle metropoli

Anche Lazio e Campania pagano un prezzo sanitario molto alto, trainato dalle rispettive aree metropolitane.

  • Lazio: nel 2023 si contano 3.630 decessi attribuibili al PM2,5, pari a 86,2 ogni 100.000 abitanti. Il peso di Roma, con il suo traffico cronico e un parco veicoli ancora troppo inquinante, è determinante.
  • Campania: registra 3.952 decessi e 96,1 ogni 100.000 abitanti, con una storia recente segnata da oscillazioni e picchi, a testimoniare l’instabilità delle politiche di risanamento.

Anche per il NO₂ queste due regioni restano fra le più colpite, a conferma che le grandi città sono il cuore del problema.

Centro Italia: miglioramenti importanti ma non risolutivi

Nel Centro Italia il quadro è eterogeneo ma in miglioramento.

  • Toscana scende da 3.355 decessi nel 2005 a 1.901 nel 2023, con un tasso di 73,2 per 100.000 abitanti.
  • Marche e Umbria si collocano su valori intermedi (intorno a 79 morti ogni 100.000 abitanti), ma con traiettorie di riduzione piuttosto costanti.

Sono regioni in cui le politiche su energia, riscaldamento e mobilità hanno iniziato a dare frutti, ma dove il traffico e le combustioni domestiche continuano a pesare.

Sud e Isole: valori più bassi, ma guai a parlare di “aria pulita”

Nel Mezzogiorno e nelle isole il carico di malattia da inquinamento atmosferico è in media più basso, ma tutt’altro che trascurabile.

  • Puglia: 2.194 decessi da PM2,5 nel 2023, pari a 78,7 ogni 100.000 abitanti, con la somma di criticità urbane (Bari, Taranto) e traffico lungo i corridoi adriatici.
  • Sicilia: 2.290 decessi, 67,4 per 100.000 abitanti, trainati da Palermo, Catania e dalle aree industriali costiere.
  • Calabria: 788 decessi, 61,7 per 100.000 abitanti.

Le regioni insulari mostrano valori più contenuti, ma non omogenei al loro interno: dove si concentrano centri urbani, porti e poli industriali, l’aria resta tutt’altro che salubre.

Le regioni “più fortunate”: Alpi e Sardegna

In fondo alla classifica delle morti attribuibili al particolato fine troviamo:

  • Sardegna, con 388 decessi e 34,8 ogni 100.000 abitanti;
  • la Valle d’Aosta, con appena 28 decessi e 32,4 ogni 100.000 abitanti;
  • la Provincia autonoma di Bolzano, con 236 decessi e 64,2 ogni 100.000 abitanti.

Sono territori con minore densità urbana e traffico, maggiore ventilazione e, in alcuni casi, mix energetici relativamente più puliti. Non sono “paradisi” privi di problema, ma dimostrano che un livello di rischio molto più basso è possibile.

Province italiane: dai numeri medi ai luoghi concreti dove l’aria uccide di più

Se scendiamo ancora di scala, dai dati regionali alle singole province, la fotografia del rischio sanitario diventa ancora più dettagliata. I dataset dell’EEA ci dicono quante morti, provincia per provincia, sono attribuibili a PM2,5 e NO₂ dal 2005 al 2023.

Non si tratta di classifiche “moralistiche”, ma di uno strumento per capire dove sia più urgente intervenire.

PM2,5: la cintura più critica tra Veneto, Lombardia ed Emilia

Nel 2023 alcune province venete e lombarde spiccano per tassi elevatissimi di morti attribuibili al particolato fine:

  • Padova supera i 179 decessi ogni 100.000 abitanti, uno dei valori più alti in Italia.
  • Cremona, Verona, Vicenza, Treviso, Venezia, Brescia, Bergamo, Mantova, Varese e Lodi si collocano tutte fra circa 140 e oltre 165 morti per 100.000 abitanti.
  • Milano conta 3.478 decessi da PM2,5 nel 2023, pari a 153,7 ogni 100.000 abitanti, nonostante un calo rispetto al 2005.

È la prova che, nella pianura padana centro-orientale, il particolato fine resta un killer silenzioso ma estremamente efficace: traffico intenso, combustioni civili, attività produttive diffuse e condizioni atmosferiche sfavorevoli creano un mix tossico che si traduce in migliaia di morti premature ogni anno.

NO₂: la “firma” delle grandi città

Per il biossido di azoto, la mappa delle province conferma con chiarezza il ruolo del traffico stradale:

  • Milano è in testa anche per NO₂, con circa 56 morti ogni 100.000 abitanti;
  • Monza e Brianza segue con poco più di 46 decessi ogni 100.000 abitanti;
  • Torino, Napoli e Roma si collocano fra i 30 e i 40 decessi per 100.000 abitanti, con numeri assoluti che restano fra i più elevati del Paese;
  • fra le province lombarde, anche Bergamo, Brescia, Varese e Lodi presentano tassi significativi, a conferma di un sistema di mobilità ancora fortemente auto-centrico.

In sostanza, laddove si sommano grandi volumi di veicoli, nodi autostradali e logistica su gomma, lo spettro del biossido di azoto continua a lasciare un’impronta netta in termini di decessi e anni di vita persi.

Non solo metropoli: i poli di pianura e le città medie

Un aspetto interessante è che i dati provinciali smontano l’idea che il problema sia limitato alle sole metropoli.

Province come Padova, Cremona, Mantova, Treviso, Vicenza, Verona, Lodi, Rovigo – città medie in contesti di pianura – hanno livelli di mortalità da PM2,5 comparabili, e talvolta superiori, a quelli delle aree metropolitane.

Qui il traffico urbano si somma a quello extraurbano e industriale, in una valle chiusa dove l’aria ristagna: il risultato è un rischio sanitario “di sistema” che non può essere affrontato solo con politiche comunali, ma richiede strategie coordinate di area vasta.

Le province relativamente più “protette”

All’altra estremità della scala troviamo un gruppo di province che, nel 2023, presentano i livelli più bassi di mortalità attribuibile agli inquinanti atmosferici.

Per il PM2,5:

  • in Sardegna, province come Nuoro, Sassari, Oristano e Sud Sardegna oscillano fra circa 25 e 40 decessi per 100.000 abitanti;
  • anche alcune province alpine – Belluno, Sondrio, Aosta, Trento – presentano valori relativamente contenuti rispetto alla media nazionale.

Per il NO₂:

  • in diverse province sarde (Nuoro, Sassari, Sud Sardegna) e calabresi (Vibo Valentia, Crotone) i tassi sono vicini allo zero;
  • si tratta in genere di aree meno urbanizzate, con meno traffico e una maggiore dispersione degli inquinanti.

Questi territori mostrano che un altro profilo di rischio è possibile, ma non devono diventare un alibi: spesso sono anche luoghi con meno servizi, meno trasporto pubblico, più dipendenza dall’auto privata, e quindi vulnerabili a possibili peggioramenti futuri.

Perché i dati provinciali sono decisivi

Guardare alle province significa:

  • individuare hotspot locali dove concentrare zone a basse emissioni, infrastrutture per la mobilità attiva, limitazioni al traffico e interventi sul riscaldamento domestico;
  • riconoscere le disuguaglianze ambientali fra territori confinanti: due province della stessa regione possono avere rischi molto diversi;
  • valutare l’efficacia delle politiche degli ultimi vent’anni e capire dove le riduzioni di PM2,5 e NO₂ si sono tradotte davvero in meno morti e dove, invece, il calo è stato troppo lento.

In altre parole, le mappe provinciali trasformano il “carico di malattia” da concetto astratto a realtà territoriale concreta: l’aria che respiriamo non è uguale ovunque e le politiche non possono essere indifferenziate.

Conclusione: dall’Europa ai territori, l’aria pulita come politica sanitaria

Il briefing dell’Agenzia europea dell’ambiente ci dice che le politiche europee sulla qualità dell’aria funzionano: tra 2005 e 2023 le emissioni di particolato fine sono diminuite, le emissioni di ossidi di azoto si sono dimezzate, e i decessi attribuibili al PM2,5 si sono ridotti di oltre la metà, centrando il target del Piano d’azione “Inquinamento zero” con anni di anticipo.

Ma i numeri italiani – nazionali, regionali e provinciali – mostrano anche che:

  • il livello di rischio resta sanitariamente inaccettabile;
  • 95% degli abitanti delle città europee vive ancora sopra le raccomandazioni OMS;
  • una parte enorme del carico di malattia riguarda persone che non muoiono, ma convivono per anni con asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, malattie cardiovascolari, diabete, demenza.

Dietro le tabelle ci sono famiglie che perdono un genitore per infarto troppo presto, bambini che non possono correre per l’asma, anziani che vivono a lungo con una demenza aggravata dall’esposizione cronica all’aria inquinata.

I dati regionali e provinciali dell’EEA ci consegnano quindi un’agenda molto chiara:

  • decarbonizzare energia e riscaldamento, riducendo drasticamente l’uso di combustibili fossili e biomasse inquinanti;
  • ripensare la mobilità urbana e regionale, mettendo al centro trasporto pubblico, ciclabilità, pedonalità e logistica a zero emissioni;
  • ridurre le emissioni agricole, soprattutto di ammoniaca, con pratiche più sostenibili;
  • integrare in modo sistematico salute e qualità dell’aria in tutte le politiche: urbanistica, trasporti, industria, agricoltura.

L’aria pulita non è una variabile accessoria dell’ambiente, ma una delle più potenti politiche di prevenzione sanitaria che abbiamo a disposizione.

La scelta, adesso, è politica: decidere se trattare questi numeri come statistiche da archiviare, o come una mappa precisa di luoghi e vite che possiamo ancora salvare.

One thought on “Dove l’aria fa più male: regioni e province italiane sotto la lente dell’EEA

  1. Ciao a tutti, sono Nicoletta. Questo articolo fa riflettere molto: vedere nero su bianco dove l’aria “fa più male” in Italia rende il problema impossibile da ignorare. Spesso pensiamo che l’inquinamento sia qualcosa di lontano o astratto, invece riguarda direttamente la nostra salute e le scelte di ogni giorno.

    Proprio per questo credo sia importante informarsi, capire l’impatto delle nostre abitudini quotidiane e iniziare da piccoli cambiamenti concreti. Chi, come me, è interessato a uno stile di vita più consapevole e sostenibile può trovare spunti utili anche approfondendo progetti e realtà che promuovono scelte responsabili, come quelle raccontate su bamgoboo.com.

    Un caro saluto,
    Nicoletta

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