Ambiente

Finanza per la transizione energetica: investimenti ancora troppo lenti e squilibrati. Il nuovo rapporto IRENA–CPI 2025

Il nuovo rapporto Global Landscape of Energy Transition Finance 2025, pubblicato da International Renewable Energy Agency (IRENA) e Climate Policy Initiative (CPI), fotografa con grande precisione lo stato globale degli investimenti necessari alla transizione energetica. I numeri parlano chiaro: gli investimenti crescono, ma non abbastanza, e soprattutto crescono in modo profondamente diseguale tra tecnologie e regioni del mondo.

Investimenti in aumento, ma lontani dalla traiettoria 1,5°C

Nel 2024, gli investimenti globali nelle tecnologie della transizione energetica hanno raggiunto 2,4 trilioni di dollari . Tuttavia, per rimanere allineati allo scenario a 1,5°C, servirebbe più che raddoppiare la spesa in diversi settori.

Secondo il rapporto, il divario è particolarmente critico in alcune tecnologie:

  • Efficienza energetica: servirebbe un aumento di 7,5 volte rispetto ai livelli attuali .
  • Reti elettriche: investimenti da portare a 671 miliardi l’anno, rispetto ai 359 miliardi del 2024 (+1,9 volte) .
  • Accumuli elettrici: servirebbero investimenti 4,1 volte maggiori.
  • Idrogeno verde: necessario un aumento di quasi 8 volte.
  • Rinnovabili elettriche: per raggiungere l’obiettivo globale di triplicare la capacità al 2030, i livelli attuali sono circa la metà di quanto necessario .

Rinnovabili: solare e eolico dominano, tutto il resto resta indietro

Il solare e l’eolico rappresentano il 93% degli investimenti globali nelle rinnovabili nel 2024 .
Al contrario, tecnologie come idroelettrico, geotermia, bioenergie e marine energy continuano a ricevere quote minime, ben lontane dai livelli richiesti dallo scenario 1,5°C.

Il rapporto sottolinea inoltre che:

  • I progetti idroelettrici, pur avendo un potenziale enorme in Africa, Asia e Sud America, sono frenati da rischi di costruzione elevati e da complesse valutazioni ambientali e sociali .
  • Le bioenergie soffrono costi crescenti e volatilità normativa.
  • Le tecnologie marine e geotermiche sono penalizzate da supply chain immature e scarso supporto politico.

Inflazione e tassi di interesse: ostacoli crescenti

L’inflazione ha ridotto in maniera significativa la crescita reale degli investimenti nelle rinnovabili: tra il 2021 e il 2023 la differenza tra crescita nominale e reale è stata in media di sei punti percentuali .

L’effetto è particolarmente pesante nei Paesi a basso reddito (LDC), dove:

  • il costo del capitale è molto elevato,
  • la capacità fiscale è limitata,
  • cresce il rischio di un “paradosso del debito” legato alle rinnovabili: servono più investimenti, ma ciò potrebbe aggravare ulteriormente il peso del debito pubblico .

Divari geografici enormi: l’Africa rimane ai margini

Il divario geografico è uno degli aspetti più preoccupanti del rapporto:

  • L’Africa subsahariana, con il 15% della popolazione mondiale, riceve solo il 2,3% degli investimenti globali nelle rinnovabili (15 USD pro capite) .
  • L’Europa, con il 7,4% della popolazione globale, attrae il 17% degli investimenti (229 USD pro capite).
  • Gli investimenti sono altamente concentrati: in Africa, Sudafrica e Nigeria assorbono da sole metà dei flussi.

La maggior parte dei Paesi dell’Africa subsahariana prevede obiettivi ambiziosi nelle rinnovabili entro il 2035, ma il 61% della nuova capacità pianificata è condizionata a finanziamenti internazionali e trasferimento tecnologico. Si stima che occorrano almeno 129 miliardi di dollari, di cui 77 miliardi solo da fonti esterne .

La finanza pubblica: ancora troppo spazio ai combustibili fossili

Nonostante gli impegni internazionali, i governi del G20 nel 2023 hanno dato più del triplo di sostegno ai combustibili fossili rispetto alle rinnovabili: 168 miliardi alle rinnovabili contro più di 500 miliardi ai fossili .

Il rapporto avverte che, se le istituzioni pubbliche non invertiranno rapidamente la rotta, rischiano di diventare “finanziatori di ultima istanza” dei combustibili fossili, esponendosi a rischi economici e sociali sempre più ingenti.

Chi finanzia davvero la transizione?

Le analisi 2022/2023 mostrano un quadro sbilanciato nelle fonti di investimento:

  • Il 60% degli investimenti nelle rinnovabili è privato, ma concentrato principalmente in economie avanzate e in Cina .
  • Nei Paesi meno sviluppati, meno del 30% degli investimenti arriva sotto forma di equity, contro il 50% nel resto del mondo.
  • Gli investimenti “impact-driven” (a tassi agevolati o sotto forma di grant) rappresentano appena l’1,6% degli investimenti globali, in forte calo rispetto al passato .

La finanza della transizione rimane dunque costosa, diseguale e insufficiente.

Conclusioni

Il Global Landscape of Energy Transition Finance 2025 invia un messaggio molto chiaro: il mondo non sta investendo abbastanza né dove serve, né nelle tecnologie necessarie per mantenere vivo l’obiettivo 1,5°C. Nonostante la crescita del solare e dell’eolico, gli investimenti restano insufficienti nelle reti, nell’efficienza, negli accumuli e nei Paesi più vulnerabili, aggravando le disparità globali.

Per colmare questi divari servono:

  • riforme profonde della finanza internazionale,
  • un aumento massiccio di capitali agevolati,
  • la riallocazione dei sussidi oggi destinati ai combustibili fossili,
  • più cooperazione Sud-Sud e più trasparenza nei flussi finanziari,
  • politiche industriali che abbiano al centro tecnologie pulite e supply chain resilienti.

Senza questa svolta, la transizione energetica rischia di essere troppo lenta per il clima e troppo ingiusta per le popolazioni che più ne avrebbero bisogno.

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