Fabio Cavallari

Il ritorno dei nazionalismi

di Fabio Cavallari

[Gli articoli di Fabio Cavallari per Ambientenonsolo]

Ogni epoca ha la sua paura. La nostra è la paura della perdita. Perdita di controllo, di identità, di orientamento. Quando questa paura cresce, la politica cerca un oggetto a cui affidarla. Oggi quell’oggetto ha un nome antico. Nazione.

Il nazionalismo non nasce soltanto da un progetto politico. Nasce da un sentimento. Dalla percezione che il mondo si sia allargato troppo e che dentro questo allargamento qualcosa di familiare si stia dissolvendo.

La sovranità, in questo contesto, diventa una promessa emotiva prima ancora che giuridica. Non indica solo la capacità di uno Stato di decidere. Indica l’illusione che esista ancora un luogo dove il disordine del mondo possa essere fermato.

La nazione appare allora come un recinto rassicurante. Un dentro riconoscibile, un fuori da cui difendersi.

È una risposta che parla alla parte più profonda della psicologia collettiva. Quando l’incertezza cresce, le società cercano simboli di appartenenza più netti. La bandiera diventa un rifugio. Il confine diventa un argine.

La psicanalisi conosce bene questo movimento. Quando il soggetto si sente attraversato dall’angoscia tende a restringere il proprio campo simbolico. Riduce il mondo a uno spazio più controllabile. Trasforma l’insicurezza in identità.

Anche le comunità fanno qualcosa di simile.

Il nazionalismo è spesso questo gesto psichico trasferito nella politica. Un tentativo di ricomporre l’ansia collettiva dentro un’immagine compatta della comunità.

Ma l’immagine non coincide mai completamente con la realtà.

Il mondo contemporaneo è costruito su relazioni che attraversano i confini. Le economie sono intrecciate, le informazioni circolano senza frontiere, le crisi ambientali e sanitarie si propagano con una velocità che nessuna barriera può arrestare.

Questo produce una tensione crescente tra la scala dei problemi e la scala delle risposte politiche.

Il nazionalismo prova a risolvere questa tensione restringendo l’orizzonte. Trasforma la complessità globale in una narrazione più semplice. Proteggere il nostro spazio, difendere la nostra comunità, recuperare la nostra autonomia.

È una semplificazione potente perché parla alla dimensione emotiva prima ancora che a quella razionale.

Ma quando la politica si organizza intorno all’identità, il conflitto cambia natura. Gli interessi possono essere negoziati. Le identità molto meno.

È per questo che i nazionalismi tendono a irrigidire il sistema internazionale. Ogni Paese che rafforza la propria identità politica percepisce quella degli altri come una possibile minaccia. La cooperazione diventa più fragile, la competizione più intensa.

Il risultato non è necessariamente più ordine. Spesso è più instabilità.

La nazione resta una forma fondamentale della vita politica. Nessuna democrazia può esistere senza una comunità che si riconosce come tale. Il problema nasce quando la nazione viene caricata di un compito impossibile. Proteggere una società da processi che sono ormai globali.

In quel momento la politica smette di governare la realtà e inizia a difendere un’immagine.

E le immagini hanno una forza enorme nella vita collettiva. Possono mobilitare, rassicurare, dare senso. Ma non possono sostituire la complessità del mondo.

Quando la politica si affida soltanto a queste immagini, la promessa di protezione diventa soprattutto simbolica.

La nazione continua a offrire appartenenza. Ma non può offrire da sola il governo di un mondo che ha ormai dimensioni più grandi.

Il rischio non è il ritorno delle nazioni. Le nazioni non se ne sono mai andate.

Il rischio è che diventino l’unico linguaggio possibile per interpretare un mondo che ormai parla molte più lingue.

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