Gli oceani, che da sempre percepiamo come immensi e capaci di assorbire ogni impatto umano, stanno invece mostrando in modo sempre più evidente i segni della tripla crisi planetaria – cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento. È quanto emerge dal nono Ocean State Report (OSR9), la valutazione annuale prodotta dal servizio europeo Copernicus Marine Service, frutto di un ampio lavoro scientifico internazionale.
Un riscaldamento senza precedenti
Secondo il rapporto, il contenuto di calore degli oceani ha raggiunto livelli record nel 2024, proseguendo una tendenza iniziata negli anni ’60. Negli ultimi due anni, la temperatura media della superficie marina ha superato i 21 °C, un valore mai registrato prima su scala globale. Questo fenomeno non si limita a innalzare il termometro: si traduce in ondate di calore marine sempre più frequenti e durature, che mettono a dura prova la resilienza degli ecosistemi. Nel Mediterraneo, ad esempio, si sono osservate morie massive di coralli, gorgonie e fanerogame marine, con conseguenze dirette anche sulle economie locali, come la mitilicoltura del Delta del Po.

Acidificazione e innalzamento dei mari
Oltre al calore, gli oceani assorbono anche grandi quantità di CO₂ atmosferica. Questo processo li rende più acidi, compromettendo la capacità di molte specie – dai molluschi ai coralli – di costruire gusci e strutture calcaree. L’acidificazione procede oggi a tassi superiori alla media globale in ampie porzioni di tropici e sub-tropici. Parallelamente, l’innalzamento del livello del mare ha raggiunto un ritmo record: +4,1 millimetri l’anno tra il 2016 e il 2024. Un’accelerazione che aggrava i rischi di erosione, inondazioni e perdita di territori costieri, con implicazioni dirette per milioni di persone che vivono in aree basse e densamente popolate.
Biodiversità in bilico
Il rapporto mette in luce come l’8-10% degli hotspot di biodiversità marina sia già esposto a tassi di riscaldamento e acidificazione superiori alla media globale. Questo significa che habitat cruciali, come le barriere coralline tropicali, stanno vivendo un doppio stress che accelera il rischio di collasso. A questo si aggiunge l’impatto delle specie aliene invasive, sempre più diffuse anche nei mari europei: emblematica è la proliferazione del granchio blu (Callinectes sapidus), che sta alterando le catene alimentari e creando conflitti con la pesca tradizionale.

L’inquinamento che amplifica la crisi
Il plastic waste rimane una piaga globale. Secondo l’OSR9, circa il 75% dei Paesi che riversano oltre 10.000 tonnellate di plastica in mare si trovano accanto ad aree coralline già a rischio critico. Plastica, cambiamento climatico e perdita di biodiversità si intrecciano e si rafforzano a vicenda: il riscaldamento accelera la frammentazione dei rifiuti in microplastiche, che a loro volta danneggiano organismi e habitat, aggravando la vulnerabilità di ecosistemi già sotto pressione.
La sfida della conoscenza e del monitoraggio
Uno dei messaggi centrali del rapporto è che senza osservazioni oceaniche più complete e capillari sarà impossibile fronteggiare i cambiamenti in corso. Molte aree, in particolare i poli, restano scarsamente monitorate. Servono reti di dati integrate, sistemi di allerta precoce e previsioni più affidabili per aiutare governi e comunità a pianificare azioni di adattamento e mitigazione.
Un appello alla cooperazione internazionale
L’OSR9 ribadisce che gli oceani sono sentinelle del cambiamento globale: monitorandoli possiamo capire dove sta andando il pianeta. Ma sono anche la nostra prima linea di difesa, perché regolano il clima, assorbono carbonio e sostengono la vita. Per questo, è necessario rafforzare la governance internazionale degli oceani, accelerare l’attuazione dell’obiettivo 30×30 (proteggere il 30% delle acque entro il 2030) e ridurre drasticamente le pressioni antropiche.
Il messaggio è chiaro: senza una risposta collettiva e coordinata, rischiamo di compromettere irreversibilmente la capacità degli oceani di sostenere la vita sulla Terra.

