Fabio Cavallari

One Health. L’ambiente è il primo reparto di terapia intensiva

di Fabio Cavallari

[Gli articoli di Fabio Cavallari per Ambientenonsolo]

Negli ultimi anni si è diffusa un’espressione che merita attenzione. One Health. Un’unica salute. Non uno slogan, ma un cambio di prospettiva. Significa riconoscere che la salute umana, quella animale e quella degli ecosistemi sono interdipendenti. Non si può proteggere l’una distruggendo le altre.

Le pandemie lo hanno mostrato con chiarezza. La deforestazione, l’alterazione degli habitat, il commercio incontrollato di specie selvatiche aumentano le probabilità di salto di virus dagli animali all’uomo. La pressione sugli ecosistemi diventa pressione sui sistemi sanitari. La distanza tra una foresta tropicale e una terapia intensiva è più breve di quanto sembri.

Ma il principio vale anche in contesti meno drammatici. L’uso massiccio di antibiotici negli allevamenti intensivi contribuisce al fenomeno dell’antibiotico-resistenza, che rende più difficili da curare infezioni comuni. L’inquinamento delle acque compromette la sicurezza alimentare. Il cambiamento climatico modifica la diffusione di vettori come zanzare e zecche, ampliando l’area di malattie infettive.

Qui si rivela un paradosso che preferiamo non guardare. Continuiamo a finanziare le cause della malattia e poi celebriamo l’efficienza con cui la curiamo. Investiamo miliardi in modelli produttivi che consumano suolo, aria e acqua, e poi chiediamo agli ospedali di assorbire il costo biologico di quelle scelte. È una contabilità morale prima ancora che economica.

La salute non è più solo una questione di strutture sanitarie. È una questione di politiche agricole, energetiche, industriali. Se una città sceglie di privilegiare il traffico privato rispetto al trasporto pubblico sta prendendo una decisione sanitaria. Se un territorio consuma suolo agricolo e impermeabilizza il terreno sta incidendo sulla qualità dell’aria e sulla gestione delle acque, con ricadute sulla salute.

One Health impone un’integrazione. Non basta un sistema sanitario efficiente se le altre politiche vanno in direzione opposta. Serve coordinamento tra ambiente, trasporti, urbanistica, agricoltura. La salute si costruisce nella coerenza delle scelte pubbliche.

C’è anche un aspetto più profondo, che riguarda il nostro immaginario. Abbiamo pensato di essere separati dal resto del vivente. Di poter sfruttare senza appartenere. È una forma di narcisismo collettivo. Il corpo, però, non riconosce questa finzione. Il corpo è ambiente trasformato. E quando l’ambiente si ammala, il corpo lo segue senza ideologie.

Investire in prevenzione ambientale significa alleggerire la pressione sugli ospedali. Proteggere la biodiversità significa ridurre rischi epidemiologici. Garantire qualità dell’aria significa diminuire patologie croniche. Ripensare le città in funzione climatica significa proteggere anziani e fragili dalle ondate di calore. Non è idealismo. È razionalità sistemica.

Le risorse pubbliche sono limitate. Continuare a intervenire solo a valle, quando il danno è già avvenuto, è inefficiente oltre che costoso. Ma il punto non è solo tecnico. È che preferiamo intervenire dopo, quando possiamo raccontarci come salvatori, invece di assumere la responsabilità delle cause. È più rassicurante inaugurare un reparto che cambiare un modello di sviluppo.

One Health suggerisce di spostare l’attenzione a monte. Non aspettare la malattia, ma proteggere le condizioni che rendono possibile la salute. Significa misurare l’impatto sanitario di ogni scelta infrastrutturale, energetica o industriale prima che produca effetti irreversibili. Significa accettare che ogni tonnellata di emissioni, ogni ettaro di suolo consumato, ogni falda inquinata non sono dati tecnici ma anticamere di corsie ospedaliere.

L’ambiente non è lo sfondo della vita. È il suo primo presidio sanitario. E se continuiamo a trattarlo come una variabile economica secondaria, continueremo a moltiplicare fragilità che nessuna medicina potrà compensare del tutto. La terapia intensiva è necessaria. Ma è l’ultimo gesto. Il primo è politico.

Se vogliamo sistemi sanitari sostenibili dobbiamo riconoscere che il primo reparto di terapia intensiva è il pianeta. E che ignorarlo non è solo un errore strategico. È una scelta che paghiamo con anni di vita, con qualità di vita, con corpi che si fanno carico di decisioni prese altrove.

Rispondi

Translate »

Scopri di più da Ambiente e non solo...

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere