Ambiente

Polveri sottili nelle città europee: perché agire a livello locale è decisivo

Nonostante decenni di politiche per la qualità dell’aria, le città europee continuano a essere esposte a livelli di inquinamento da polveri sottili incompatibili con la tutela della salute. È quanto emerge dall’Urban PM2.5 Atlas – Air Quality in European Cities, 2025 Report, pubblicato dal Joint Research Centre della Commissione europea, che analizza in modo sistematico le origini spaziali e settoriali del particolato fine (PM2.5) in 150 aree urbane dell’Unione europea.

Il rapporto parte da un dato chiave: nel 2023 il 94% della popolazione urbana europea è stato esposto a concentrazioni di PM2.5 superiori ai valori guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, fissati a 5 µg/m³ come media annua. Anche rispetto ai nuovi limiti europei al 2030 (10 µg/m³), oltre il 40% delle stazioni di monitoraggio non è ancora in linea. Le conseguenze sanitarie restano pesantissime: 239.000 morti premature nel 2022 nell’Unione europea sono attribuibili all’esposizione cronica al PM2.5.

Da dove arriva il PM2.5 che respiriamo in città

Il valore aggiunto dell’Atlante sta nell’andare oltre la semplice misurazione delle concentrazioni, per rispondere a una domanda cruciale per le politiche pubbliche: a quale scala conviene intervenire e su quali settori.

L’analisi mostra che, in media, circa il 24% del PM2.5 urbano deriva dalle emissioni della città stessa, mentre salendo alla “grande città” (area urbana più cintura dei pendolari) la quota sale al 38%. In oltre due terzi delle città analizzate, almeno il 30% dell’inquinamento da PM2.5 potrebbe quindi essere ridotto con azioni locali, senza attendere interventi nazionali o europei.

Allargando lo sguardo, emerge però anche il peso delle politiche di scala più ampia: in media il 65% del PM2.5 urbano è riconducibile alle emissioni del Paese nel suo complesso, con valori particolarmente elevati in aree come la Pianura Padana o alcune regioni della Polonia. Il messaggio è chiaro: servono strategie multilivello, capaci di integrare azioni urbane, nazionali ed europee.

Riscaldamento domestico, traffico e agricoltura: i veri nodi

Dal punto di vista settoriale, l’Atlante conferma uno spostamento importante delle responsabilità rispetto al passato. Il principale contributore medio al PM2.5 urbano è oggi il settore residenziale, con una quota pari al 29%. In circa metà delle città analizzate, il riscaldamento domestico – in particolare la combustione di biomassa – pesa per oltre il 25% delle concentrazioni, superando il 40% in un quinto dei casi.

Il trasporto stradale resta un fattore rilevante, con una media del 14%, ma con forti differenze tra le città: incide soprattutto nei grandi centri densamente popolati e lungo i principali corridoi urbani. Ancora più interessante è il ruolo dell’agricoltura, responsabile in media del 15% del PM2.5 urbano attraverso la formazione di particolato secondario legato alle emissioni di ammoniaca. In molte città dell’Europa occidentale, pur lontane dalle aree agricole, questo contributo supera il 20%, dimostrando quanto le politiche agricole siano decisive anche per la qualità dell’aria urbana.

L’industria, invece, mostra una riduzione relativa del suo peso, legata soprattutto al forte calo delle emissioni di ossidi di zolfo registrato negli ultimi anni a livello europeo.

Un trend che cambia le priorità delle politiche urbane

Confrontando le edizioni 2019, 2023 e 2025 dell’Atlante, il JRC individua una tendenza strutturale: aumenta il peso relativo delle emissioni urbane, in particolare quelle residenziali, mentre diminuisce quello dell’industria. Questo non significa che l’inquinamento sia aumentato in assoluto, ma che i progressi più rapidi in alcuni settori stanno rendendo più visibili le criticità rimaste.

In questo contesto, il rapporto lancia un messaggio netto alle amministrazioni locali: le città hanno oggi un margine di intervento più ampio di quanto spesso si pensi. Politiche su riscaldamento domestico, mobilità, pianificazione urbana ed efficienza energetica possono produrre benefici significativi, soprattutto se coordinate con misure nazionali ed europee su agricoltura ed emissioni industriali residue.

Dalla mappa all’azione

L’Urban PM2.5 Atlas 2025 non è solo un esercizio scientifico, ma uno strumento operativo per la governance della qualità dell’aria. In un’Europa che si è data obiettivi ambiziosi con il Piano d’azione “Inquinamento zero” e con la nuova direttiva sulla qualità dell’aria, il messaggio è chiaro: senza un forte protagonismo delle città, la transizione verso aria più pulita resterà incompleta.

Per la salute dei cittadini, ma anche per la credibilità delle politiche climatiche e ambientali, il tempo delle azioni mirate e basate sui dati è adesso.

Le schede relative alle città italiane comprese nell’Atlante

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