Un’inchiesta giornalistica transnazionale, coordinata nell’ambito dei network europei di giornalismo investigativo, è stata realizzata da Stefano Valentino, Yann Philippin, Ludovica Jona e Begoña P. Ramírez, con la partecipazione di redazioni e piattaforme internazionali tra cui The Guardian, Voxeurop, Mediapart, Público e Altreconomia.
Il lavoro comune ricostruisce, dati alla mano, come il riciclo chimico della plastica venga promosso in Europa come soluzione “miracolosa” all’inquinamento, pur mostrando risultati ambientali modesti, costi elevati e un forte rischio di greenwashing.
La promessa del riciclo che non riduce la plastica
Il punto di partenza dell’inchiesta è semplice quanto dirompente: molte delle affermazioni di sostenibilità presenti sugli imballaggi in plastica non corrispondono a un riciclo reale. Le etichette “100% riciclato” o “plastiche circolari” spesso si basano su meccanismi contabili – come il mass balance – che consentono di dichiarare “riciclato” un prodotto anche quando il materiale che lo compone non proviene fisicamente dai rifiuti raccolti e trattati.
Nel caso del riciclo chimico, la plastica non viene rifusa e trasformata in nuova plastica come avviene nel riciclo meccanico. Viene invece sottoposta a processi come la pirolisi, che la trasformano in oli e gas successivamente reimmessi nei cicli produttivi petrolchimici. Il risultato finale può essere una plastica formalmente “riciclata”, ma indistinguibile da quella vergine e prodotta con un elevato consumo di energia.
Il “ghost recycling”: impianti che esistono più nei piani che nella realtà
Uno dei nodi centrali messi in luce dall’inchiesta riguarda il cosiddetto “ghost recycling”: decine di impianti di riciclo chimico annunciati come operativi o imminenti che, nella pratica, non funzionano a pieno regime, producono quantità minime o non sono mai entrati davvero in esercizio.
Le inchieste mostrano come molte aziende del settore abbiano costruito una narrazione di leadership tecnologica e sostenibilità, mentre i volumi effettivamente riciclati restano marginali rispetto alla quantità di nuova plastica immessa sul mercato. In alcuni casi, la plastica trattata finisce per essere bruciata come combustibile o usata per produrre carburanti, allontanandosi ulteriormente dall’idea di economia circolare.
Fondi pubblici europei per una “falsa soluzione”
Un altro capitolo cruciale riguarda l’uso delle risorse pubbliche europee. Secondo i dati raccolti dai giornalisti, centinaia di milioni di euro di finanziamenti europei e nazionali sono stati destinati a progetti di riciclo chimico presentati come strategici per la transizione ecologica.
L’inchiesta documenta però come questi investimenti abbiano spesso rafforzato il modello industriale della petrolchimica, anziché ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Il riciclo chimico, infatti, richiede grandi quantità di energia e si integra perfettamente con gli impianti esistenti delle grandi compagnie petrolifere, che possono così continuare a produrre plastica vergine rivendicando al contempo una presunta sostenibilità.
Il caso spagnolo e le narrazioni industriali
Particolarmente emblematico è il caso analizzato in Spagna, dove alcune aziende sono state presentate come campioni mondiali del riciclo chimico. L’inchiesta mostra come, dietro queste narrazioni, si nascondano risultati industriali inferiori alle promesse, dipendenza da sussidi pubblici e un impatto ambientale ben lontano da quello dichiarato.
Questo schema – promesse ambiziose, forte comunicazione “verde”, risultati limitati – si ripete in diversi Paesi europei, suggerendo un problema strutturale, non casi isolati.
Perché il riciclo chimico rischia di rallentare la vera transizione
Nel quadro tracciato dai giornalisti, il riciclo chimico non è solo una tecnologia controversa: è anche un potente strumento politico e comunicativo. Promuoverlo come soluzione permette di evitare le misure più efficaci ma anche più scomode, come:
- ridurre la produzione complessiva di plastica;
- limitare gli imballaggi monouso;
- rafforzare il riciclo meccanico di qualità;
- investire in sistemi di riuso.
In questo modo, la promessa di una plastica “infinitamente riciclabile” diventa un alibi per continuare a produrre e consumare come prima, spostando il problema a valle.
Una lezione per le politiche europee
Il messaggio finale dell’inchiesta è chiaro: senza trasparenza, criteri rigorosi e una valutazione reale degli impatti, il rischio è che l’Europa continui a finanziare soluzioni che sembrano verdi solo sulla carta.
Per i giornalisti coinvolti, la vera economia circolare non può basarsi su trucchi contabili o tecnologie energivore, ma su riduzione, riuso e riciclo reale, misurabile e verificabile.
Un monito che chiama in causa istituzioni, imprese e cittadini: non tutto ciò che viene etichettato come “riciclato” lo è davvero, e distinguere tra innovazione autentica e greenwashing è ormai una priorità ambientale e democratica.

