Ambiente

Italia a rischio frane: nel 2024 oltre 1,2 milioni di abitanti, 742 mila edifici e 14 mila beni culturali in aree ad alta pericolosità. I dati delle regioni, province e comuni

Come abbiamo visto nell’articolo Italia fragile: il nuovo rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico, ISPRA ha pubblicato l’aggiornamento al 2024 dei dati relativi alle aree del nostro Paese che si trovano in condizioni di rischio frane. In precedenti articoli abbiamo visto (a suo tempo) i dati 2020 relativamente al complesso del territorio nazionale e delle regioni ed alla situazione nelle province e nei comuni italiani. Con questo articolo vedremo la situazione al 2024.

La classificazione delle aree a pericolosità frane

I dati Ispra, relativi alle aree di pericolosità frana, basati sui Piani di Assetto Idrogeologico (PAI), utilizzano una classificazione della pericolosità per l’intero territorio nazionale in 5 classi: pericolosità molto elevata P4, elevata P3, media P2, moderata P1 e aree di attenzione AA (DL 180/1998 e DPCM 29.9.1998). Le Aree di attenzione corrispondono generalmente a porzioni di territorio ove vi sono informazioni di possibili situazioni di dissesto a cui non è ancora stata associata alcuna classe di pericolosità. 

Nelle aree classificate a pericolosità da frana molto elevata (P4) sono consentiti esclusivamente: gli interventi di demolizione senza ricostruzione; gli interventi strettamente necessari a ridurre la vulnerabilità degli edifici esistenti e a migliorare la tutela della pubblica incolumità, senza aumenti di superficie o di volume e senza cambiamenti di destinazione d’uso; le opere di bonifica e sistemazione dei movimenti franosi; gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria; la realizzazione di nuove infrastrutture lineari e a rete previste da normative di legge, dichiarate essenziali, non delocalizzabili e prive di alternative progettuali tecnicamente ed economicamente sostenibili; le pratiche per la corretta attività agricola e forestale con esclusione di ogni intervento che aumenti il livello di rischio; gli interventi volti alla bonifica dei siti contaminati; gli interventi di consolidamento e restauro conservativo dei beni culturali tutelati ai sensi della normativa vigente.

Nelle aree classificate a pericolosità da frana elevata (P3) sono generalmente consentiti, oltre agli interventi ammessi nelle aree a pericolosità molto elevata, anche gli interventi di ampliamento di edifici esistenti per l’adeguamento igienico-sanitario e la realizzazione di nuovi impianti di trattamento delle acque reflue e l’ampliamento di quelli esistenti, previo studio di compatibilità dell’opera con lo stato di dissesto esistente.

Nelle aree classificate a pericolosità da frana media (P2) gli interventi ammissibili sono quelli previsti dagli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica. Gli interventi generalmente sono soggetti ad uno studio di compatibilità finalizzato a verificare che l’intervento garantisca la sicurezza, non determini condizioni di instabilità e non modifichi negativamente i processi geomorfologici nell’area interessata dall’opera e dalle sue pertinenze.

Nelle aree classificate a pericolosità da frana moderata (P1) è generalmente consentita ogni tipologia di intervento prevista dagli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica.

Le Aree di attenzione (AA) corrispondono generalmente a porzioni di territorio ove vi sono informazioni di possibili situazioni di dissesto a cui non è ancora stata associata alcuna classe di pericolosità. Ogni determinazione relativa ad eventuali interventi è subordinata alla redazione di un adeguato studio geomorfologico volto ad accertare il livello di pericolosità sussistente nell’area. In sede di redazione degli strumenti urbanistici devono essere valutate le condizioni di dissesto evidenziate e la relativa compatibilità delle previsioni urbanistiche.

Il quadro nazionale

Complessivamente la superficie delle aree a pericolosità molto elevata (P4) o elevata (P3) in tutto il Paese sono pari a 28.800 kmq – un’estensione pari all’intera regione Sicilia – rispetto ad un territorio di 300mila kmq, poco meno del 10%. In queste aree abitano circa 1.285.000 persone, si trovano 742.000 edifici, 75.000 unità locali di imprese e 14.000 beni culturali.

Il fatto che le aree a pericolosità elevata (P3) siano quasi il doppio di quelle a pericolosità molto elevata (P4) indica che una quota consistente del territorio vive in una condizione di fragilità “strutturale”, che potrebbe aggravarsi con l’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi.

Se alle zone a rischio elevato si sommano anche quelle a pericolosità media o bassa, la superficie interessata cresce ulteriormente, superando i 50 mila km². In pratica, una porzione rilevante del Paese convive con un rischio di frana che varia dal basso al molto alto.

Dal punto di vista economico, anche il coinvolgimento di circa 75 mila imprese sottolinea che il dissesto idrogeologico non è solo una minaccia alla sicurezza, ma anche un rischio diretto per la produttività e l’occupazione, in particolare nelle aree interne e nei centri di piccola e media dimensione.

L’Italia, per la sua conformazione geologica e la distribuzione diffusa di centri abitati anche in aree collinari e montane, è uno dei Paesi europei più esposti. Questi dati confermano come il tema della manutenzione del territorio e della prevenzione del dissesto idrogeologico debba restare una priorità assoluta di programmazione e investimento.

La situazione nelle regioni

La regione con il maggior numero di abitanti esposti è la Campania, che da sola conta oltre 264 mila residenti in aree P3–P4. A questo si aggiungono quasi 88 mila edifici, più di 15 mila imprese e ben 1.714 beni culturali a rischio, rendendo il quadro campano tra i più critici a livello nazionale.

Segue la Toscana, con circa 182 mila abitanti esposti, distribuiti su una superficie molto ampia (oltre 4.800 km²). Qui l’impatto riguarda anche 129 mila edifici, più di 9.000 imprese e ben 1.521 beni culturali, numeri che riflettono la combinazione di territori fragili e ricco patrimonio storico-artistico.

La Liguria conferma la sua vulnerabilità: pur con una superficie relativamente ridotta (meno di 800 km² in P3–P4), conta oltre 105 mila abitanti e più di 60 mila edifici esposti, insieme a 856 beni culturali.

Al quarto posto troviamo la Sicilia, con quasi 94 mila abitanti, circa 31 mila edifici e 723 beni culturali a rischio. Un dato che richiama le frequenti criticità dei versanti collinari e montuosi dell’isola.

Il Lazio presenta circa 86 mila abitanti esposti, ma spicca soprattutto per i 948 beni culturali che si trovano in aree ad alta pericolosità, un patrimonio che rischia di essere compromesso.

Importanti anche i numeri dell’Emilia-Romagna (82 mila abitanti, quasi 100 mila edifici, oltre 1.100 beni culturali), del Piemonte (77 mila abitanti, 92 mila edifici, 919 beni culturali) e dell’Abruzzo (65 mila abitanti, 38 mila edifici, 548 beni culturali).

Chiudono la “top ten” la Puglia, con 63 mila abitanti e 849 beni culturali esposti, e la Calabria, con 52 mila residenti, 25 mila edifici e oltre 500 beni culturali a rischio.

Nelle due tabelle che seguono, il dettaglio dei dati in valore assoluto e in percentuale (cliccando sulle intestazioni delle singole colonne è possibile ordinare le tabelle interattive per quel campo).

La situazione nelle province

La provincia più colpita risulta essere Napoli, con quasi 95 mila abitanti che vivono in aree ad alto rischio. Il dato è accompagnato da oltre 16 mila edifici, quasi 6 mila imprese e ben 851 beni culturali direttamente esposti: un concentrato di criticità che riflette la fragilità del territorio e la densità insediativa.

Segue Salerno, che con più di 88 mila residenti e oltre 36 mila edifici in zone P3–P4 rappresenta un’altra area campana fortemente vulnerabile. Anche il numero di beni culturali a rischio (339) conferma l’importanza del problema.

La terza posizione è occupata da Genova: qui i residenti in aree ad alta pericolosità sono circa 65 mila, con oltre 34 mila edifici e quasi 400 beni culturali. La dimensione della superficie esposta, circa 460 km², testimonia la diffusione capillare del rischio in tutta la provincia ligure.

In Toscana, spicca la provincia di Firenze, con circa 47 mila abitanti esposti, 19 mila edifici e 283 beni culturali. La contiguità tra aree urbane e zone collinari franose rende particolarmente critica la situazione. A poca distanza troviamo anche Lucca, con quasi 40 mila abitanti, oltre 39 mila edifici e più di 260 beni culturali: un patrimonio storico e paesaggistico di enorme valore che si confronta quotidianamente con la vulnerabilità del territorio.

Palermo conta circa 41 mila residenti esposti, 12.000 edifici e 133 beni culturali, mentre altre province campane come Avellino (33.500 abitanti e 15 mila edifici) e Frosinone (32.900 abitanti e oltre 16 mila edifici) evidenziano la diffusione del rischio nell’Appennino centro-meridionale.

Infine, Torino presenta circa 33 mila abitanti in aree P3–P4, ma con un numero di edifici molto alto (oltre 42 mila) e 370 beni culturali: un dato che segnala come il rischio, pur coinvolgendo una quota di popolazione relativamente inferiore rispetto al Sud, abbia un impatto notevole sul tessuto insediativo e culturale. Anche Potenza, con quasi 30 mila residenti, più di 11 mila edifici e 182 beni culturali, conferma la vulnerabilità dell’area appenninica lucana.

Nella seguente mappa, cliccando sui territori delle singole province è possibile visualizzare i dati aggiornati al 2024 in valore assoluto e in percentuale per le varie classi di pericolosità per quanto riguarda le superificie delle aree, la popolazione residente, gli edifici, le unità di impresa ed i beni culturali presenti.

La situazione nei comuni

In testa alla classifica delle situazioni più a rischio troviamo Napoli, con circa 42 mila abitanti che vivono in zone a rischio elevato. A questi si aggiungono oltre 2.700 edifici, più di 3.600 unità locali di imprese e ben 466 beni culturali che ricadono in aree P3–P4: un dato che rende la situazione del capoluogo campano particolarmente critica, non solo per il numero di residenti ma anche per la concentrazione di patrimonio storico-artistico a rischio.

Segue Genova, con oltre 30 mila abitanti e una superficie esposta di 75 km²: un’estensione che riflette la fragilità diffusa del territorio ligure. Nella città ligure si contano anche più di 6 mila edifici e oltre 800 imprese direttamente in zone ad alta pericolosità, insieme a 108 beni culturali.

Al terzo posto emerge Sanremo, con circa 14.600 residenti esposti. Colpisce in particolare l’alto numero di edifici a rischio (oltre 5.200) e la presenza di più di 100 beni culturali, a testimonianza della vulnerabilità del patrimonio urbano e storico.

Scorrendo la classifica troviamo Chieti, con più di 7.000 abitanti e 1.300 edifici in zone P3–P4, e Pozzuoli, con oltre 6.000 residenti, oltre 1.100 edifici e 87 beni culturali. Anche Palermo figura tra i comuni più colpiti: circa 6 mila abitanti esposti e più di 1.500 edifici in aree a rischio.

Spicca anche la presenza di comuni non metropolitani ma fortemente coinvolti: Domodossola (quasi 6 mila abitanti in aree P3–P4), Massa (5.900 residenti e quasi 3.800 edifici esposti), Camaiore (5.700 abitanti, con oltre 3.800 edifici e più di 600 imprese) e Cava de’ Tirreni, che conta oltre 5.300 residenti in aree a rischio e 51 beni culturali vulnerabili.

Nel complesso, i dati mostrano con chiarezza come il rischio frane non sia confinato a zone isolate di montagna, ma interessi direttamente grandi città, aree metropolitane e interi territori regionali. La protezione civile e le amministrazioni locali si trovano di fronte alla necessità di conciliare la sicurezza delle persone con la tutela di un patrimonio edilizio e culturale diffuso.

One thought on “Italia a rischio frane: nel 2024 oltre 1,2 milioni di abitanti, 742 mila edifici e 14 mila beni culturali in aree ad alta pericolosità. I dati delle regioni, province e comuni

  1. In diverse occasioni ho fatto notare come non ci sono sistemi di monitoraggio del terreno in tempo reale. Strumentazione di basso costo è oggi disponibile per emettere allerte nel momento in cui si rilevano anche piccoli spostamenti di terreno nei versanti a rischio frane. La Protezione Civile, finora si è limitata a dare allarmi basati sulla previsione meteo, ancora troppo estesi nello spazio e imprecisi nella tempistica. I cittadini non ci credono più. I sindaci men che meno

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